Ringo Starr è veramente l’ultimo Beatle ancora in vita?

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Richard Starkey, alias Ringo Starr, ex batterista dei Beatles è ricordato come “l’uomo più fortunato degli anni ‘60” ma secondo una leggenda potrebbe essere veramente l’ultimo Beatle ancora in vita.

I Beatles in cerca di un nuovo batterista in quegli anni abbandonarono Pete Best per chiedere a Ringo di entrare a far parte della band. Ringo indeciso fra gli Hurricane e i Beatles, ebbe una prima reazione di rifiuto alla chiamata del quartetto di Liverpool ma poi accettò la fatidica collaborazione che avrebbe cambiato per sempre la sua vita.

Ringo Starr

Nonostante la scarsa considerazione che il vasto pubblico gli riservò, Ringo Starr ebbe un ruolo fondamentale nella genesi di un nuovo modo di fare musica firmato Beatles; l’indiscusso valore artistico oggi è affiancato da quello umano: un uomo benefattore, fondatore della Lotus Foundationa sostegno della Make A Wish Foundation, che si dedica a esaudire i desideri dei bambini malati terminali, e per cui Ringo ha intrapreso svariate campagne di beneficenza.

Ma Ringo è veramente l’ultimo Beatle ancora in vita?

Era l’8 dicembre del 1980 quando John Lennon fu ucciso da un fanatico fan chiamato Mark David Chapman.

La giornata di John era cominciata alle 9.45 con uno special dedicato alla sua vita con Yoko con il network radiofonico Rko guidato dal giornalista Dave Sholin.

L’intervista di Sholin si trasformò in un’ennesima prova d’autore per Lennon-il-comunicatore, il quale parlò liberamente della sua esperienza con i Beatles, delle partnership artistiche con McCartney e con la Ono, del figlio Sean e delle sue nuove produzioni discografiche. Con Sholin, John Lennon parlò anche del dualismo vita/morte, massicciamente presente nelle sue ultime composizioni, da My Life a Help Me To Help Myself sino alla profetica Dear John. Le sue parole furono già un presagio di quello che sarebbe accaduto nelle ore successive: “Ho sempre considerato il mio lavoro un pezzo unico e penso che il mio lavoro non finirà fin quando sarò morto e sepolto”.

Conclusa l’intervista per l’emittente Rko, John e Yoko si sottoposero ad un servizio fotografico per “Rolling Stone” inziato alle 14.00 e conclusosi alle 15.30.

Uscito dal Dakota Building alle 16.00, poco prima di salire a bordo dell’auto degli studi “Hit Factory”, John Lennon si intrattenne a chiacchierare con alcuni fans ed autografò i loro dischi. Anche il venticinquenne Mark David Chapman si avvicinò a John, gli mise in mano la sua copia di Double Fantasy. Lennon gli chiese se voleva un autografo e Chapman pigramente annuì con il capo, senza dire una sola parola e senza manifestare alcun entusiasmo per l’incontro con il suo Beatle preferito. Il cantante gli firmò l’album e osservò con la coda dell’occhio il fotografo Paul Goresh come se volesse dirgli “qui c’è qualcosa che non va”. Goresh scattò alcune foto dei due, prima di vedere allontanarsi John a bordo della limousine. Lennon non amava quell’automobile nera, così cupa, così poco promettente. La sua limousine preferita era infatti una Fleetline color argento metallizzato: per qualche strano motivo, l’auto non arrivò e John dovette utilizzare la vettura nera degli studi di registrazione.

John Lennon e Mark David Chapman

Il rientro al Dakota avviene alle ore 22.52; dopo aver preparato nuovi missaggi della canzone Walking On Thin Ice dell’album Double Fantasy, John torna nella sua residenza di New York, la città che aveva scelto perché come diceva lui: “La gente ti si avvicina, chiede l’autografo e dice ‘ciao’, ma non ti infastidisce”.

John Lennon uscì dall’auto, fece pochi passi. Mark David Chapman, il fan che solo poche ore prima aveva avuto la fortuna di incontrare il suo idolo per farsi autografare la copia di Double Fantasy, esclamò “Mister Lennon!” puntando la pistola contro il musicista e sparandogli i cinque proiettili della Charter Arms calibro 38.
Lennon fece pochi passi per raggiungere il gabbiotto del doorman del Dakota, Jose Perdomo, e si accasciò per terra sanguinante. Yoko cominciò ad urlare in maniera isterica ed incontrollata: “Aiutatemi! È stato sparato, è stato sparato! Qualcuno venga presto qui”.

Il concierge del Dakota, Jay Hastings, telefonò immediatamente alla polizia e si precipitò all’esterno dell’edificio per aiutare Yoko Ono. Perdomo corse verso Chapman per immobilizzarlo, si tolse l’uniforme blu per coprire il corpo di Lennon e gli sfilò dolcemente i suoi inconfondibili occhialini tondi ma John stava morendo.

Chapman  fermo e impassibile mentre veniva arrestato, affermò: “Avevo un uomo enorme ed un uomo piccolo dentro di me. L’uomo piccolo è quello che ha premuto il grilletto!”. Nella tasca dei suoi vestiti furono trovati soltanto una copia del romanzo “Il Giovane Holden” di J. D. Salinger e 2.000 dollari in contanti.

John Lennon cosciente poco prima di arrivare al St. Luke’s Roosevelt Hospital morì in seguito al danneggiamento dell’arteria principale causato dal primo colpo sparato da Chapman, che proveniente dalle Hawaii aveva premeditato l’omicidio soggiornando a New York per una settimana circa.

19 anni dopo la morte di John Lennon, un altro Beatle subì un grave attentato: George Harrison.

Michael Abram, 33 anni, ex tossico, si introdusse alle 3 e 30 nella lussuosa dimora dell’ex Beatle a Henley Thames, nell’Oxfordshire, 40 chilometri a ovest di Londra, accoltellò al petto George e colpì alla testa la moglie Olivia. Harrison e la moglie avrebbero poi avuto una colluttazione con l’aggressore riuscendo a trattenerlo fino all’arrivo della polizia. Le ferite riportate da George non misero a rischio la sua vita ma misero in evidenza la pericolosità di fan fanatici e maniaci in grado non solo di colpire direttamente il loro idolo ma anche di eludere i sofisticati metodi di sorveglianza applicati dalle misure di sicurezza.

La villa di Harrison a Henley Thames  Michael Abram e George Harrison

Alcuni anni dopo, il 29 novembre 2001, George Harrison muore a 58 anni di cancro. Malato da tempo si è spento nella casa di un amico a Los Angeles dopo aver lottato contro il cancro che aveva colpito gola, polmoni e cervello.

Ancora oggi sono molte le voci secondo la quale un mercoledi notte del 9 novembre 1966 Paul McCartney dopo una lite con gli altri Beatles sarebbe morto in un incidente automobilistico con la sua Austin Martin rossa. Nacque cosi la teoria PID (Paul is dead)

Paul avrebbe dato un passaggio ad una autostoppista di nome Rita e dopo averla accompagnata a casa mentre impegnava un incrocio cieco, non si accorse che il semaforo era diventato rosso. Un camion sopraggiunse, Paul frenò, ma l’asfalto viscido non gli permise di fermarsi in tempo, l’urto fu tremendo, ed il cantante sfondò con la testa il parabrezza rimanendo decapitato. L’impresario dei Beatles, alcuni dirigenti della casa discografica, ed i restanti tre Beatles decisero di tenere nascosta la notizia e di seppellire Paul in un luogo segreto.

Paul McCartney e William Campbell

Al suo posto William Campbell, un ex poliziotto canadese, detto Billy Barattolo, lo avrebbe sostituito per la sua evidente somiglianza. William subì una plastica facciale e dato che era alcuni centimetri più alto di Paul, i Beatles smisero di esibirsi dal vivo, anche per dar modo a William di acquisire i movimenti di Paul e imparare a suonare il basso.

Questa leggenda metropolitana vive ancora oggi e continua a lasciare tantissimi dubbi soprattutto se analizziamo alcuni elementi:

  • Nella foto che ritrae il gruppo, all’interno della copertina di Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band, Paul indossa uno stemma con le lettere OPD che significherebbero Officially Pronounced Dead.
  • A Day in the Life, contiene i versi “si fece saltare il cervello in una macchina”, un riferimento abbastanza esplicito al fatale incidente di Paul.
  • Sia sulla copertina di Sgt. Pepper’s sia in Yellow Submarine, appaiono delle mani dipinte sopra la testa di Paul. Un  simbolo orientale di benedizione divina destinata a qualcuno che sta per ricevere una sepoltura.
  • Revolver. Paul è l’unico defilato, addirittura di profilo. Come dire: non sono più con voi.
  •  La coda di Strawberry Fields Forever contiene la voce di Lennon che sussurra “Ho sepolto Paul”.
  • Durante l’esecuzione di Your Mother Should Know” John, George e Ringo portano all’occhiello un garofano rosso, mentre Paul uno nero.
  • La canzone I Am the Walrus termina con un passaggio tratto  della tragedia di Shakespeare Re Lear, dove appaiono i versi “Oh, morte inopportuna” e “Cosa, egli è morto?
  • I am the Walrus, “io sono il tricheco” canta Lennon, Il tricheco in Grecia significa salma o cadavere.
  •  In Glass Onion, Lennon canta: “Bene gente, vi darò una nuova traccia da seguire – il tricheco era Paul.”
  • In “Eleanor Rigby” si parla di Padre McKenzie, che prepara il sermone per una cerimonia cui nessuno assisterà. Dicono che McCartney sia stato sepolto in tutta fretta, di nascosto ed alla presenza di un certo Padre McKenzie.
  • In Don’t Pass Me By Ringo Starr canta: “Eri in un incidente di macchina e hai perso i tuoi capelli…”.
  • Nella celebre “All you need is love”, al termine della canzone, si sente: “Yeah, he’s dead, we loved you yeah, yeah, yeah”. Altri, addirittura, sostengono di udire: “Paul is dead, we loved you…”.
  • Nel brano che dà il titolo all’LP, invece, si parla di un sottomarino (la bara) sotto il cielo (blu) ed il mare (verde, cioè la terra in cui Paul è sepolto). 
  • Quando il mormorio alla fine di I’m So Tired viene suonato al contrario rivela le parole “Paul è un uomo morto. Ci manca, ci manca, ci manca”.
  • Sgt. Pepper’s. A destra si vede una bambola, che ha sul grembo un’auto rossa (quella dell’incidente). I fiori gialli hanno la forma di un basso (quello suonato da Paul). Paul è l’unico ad imbracciare uno strumento nero. C’è una mano sulla sua testa (simbolo della morte). Se, poi, si prende uno specchio e lo si appoggia perpendicolarmente tra le parole “Lonely” ed “Hearts”, compare la scritta visibile qui a sinistra. Ovvero: “1 One 1″ (cioè i tre membri superstiti) e poi “He die”: lui è morto. La freccia tra “He” e “Die” punta verso Paul.
  • Revolution 9. Il brano inizia con una voce che scandisce tre volte: “Number Nine”. Ascoltandolo al contrario, però, si ricava l’agghiacciante frase: “Turn me on, dead man”.
  • Sulla copertina di Abbey Road Paul indossa ancora un vestito scuro, senza scarpe. Inoltre non è al passo con gli altri Beatles e tiene una sigaretta con la mano destra (Paul è mancino). La Volkswagen che compare sulla copertina di Abbey Road è targata “LMW 28 IF”. La cifra e le lettere significano: Linda McCartney Widowed (Linda McCartney è diventata vedova) e che Paul avrebbe 28 anni se fosse stato ancora vivo.
  • In “Hello Goodbye”, più volte nel corso del brano, Paul (William?) dice: “…you say goodbye I say hello”. Come dire: Paul se ne va, ed arrivo io.
  • Abbey Road. Il testo di “She came in through the bathroom window” spiega qualcosa sulla vita di William: “Così ho lasciato il dipartimento di polizia ed ho iniziato un lavoro…
  • In Magical Mystery Tour, Paul è seduto alla scrivania davanti alla scritta “I Was – Io ero”  e due bandiere piegate a lutto dietro la testa.
  • Nella copertina di Let It Be, solo Paul è ripreso dietro uno sfondo rosso, gli altri tre invece su sfondo chiaro.

Copertina di Help  Paul is Dead  Copertina Sgt. Pepper’s

Scherzo goliardico? Paul Is Dead rimane comunque un episodio curioso e discretamente importante nella storia dei Beatles.Un affare economico e un gioco che ha intrigato diverse generazioni.

Non è di tanto tempo fa l’affermazione di Ringo Starr: “A Paul piace pensare di essere l’unico Beatle rimasto“. In realtà, sono io. Io sono l’ultimo Beatles superstite.

E voi cosa ne pensate?

Chiudo questo articolo con i video su “Il mistero della morte di Paul” di Carlo Lucarelli.

Parte 1:

Parte 2:

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Fabrizio Cannatelli

Fabrizio Cannatelli

Fondatore di Informarea.it, è un appassionato di informatica. Ha lavorato per molti anni come Analista Programmatore presso varie aziende utilizzando diversi linguaggi di sviluppo, oggi svolge un lavoro completamente diverso ma la voglia di comunicare e di condividere con il web i suoi studi e le sue curiosità lo hanno spinto a far nascere questo blog non solo per esprimere e mostrare la passione per questo mondo, ma anche per confrontarsi con nuove esperienze di sviluppo.

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