La recensione del film Tre Manifesti a Ebbing, Missouri

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Ebbing è una piccola cittadina del Midwest; ad Ebbing non ci sono segreti, tutti conoscono tutti ed ognuno è praticamente “nudo” davanti agli occhi, alle osservazioni ed ai giudizi del resto del paese;  un paese dove ancora la fanno da padrone l’intolleranza razziale e l’omofobia.

In un clima così, grigio, e non solo dal punto di vista atmosferico, si staglia forte la personalità di Mildred Hayes, che ne incarna ed allo stesso tempo ne discute ogni aspetto, ogni pensiero. Spigolosa nel fisico e nel carattere, Mildred lavora quasi per inerzia nel negozio di souvenir locale, ma, soprattutto, cerca disperatamente di tenere desta l’attenzione sulla morte cruenta della figlia Angela, violentata ed uccisa pochi mesi prima, spingendo lo sceriffo ed il suo “branco” di agenti non proprio raccomandabili e tutt’altro che ligi al proprio dovere, a stanare l’assassino. 

Per farlo è disposta a tutto, ed un giorno, pensa di avere l’idea giusta, la folgorazione decisiva.

Da qui l’affissione dei tre manifesti che danno il titolo al film; sono tre pugni nello stomaco della città, dei benpensanti, della polizia, della chiesa.

La recensione di Tre Manifesti a Ebbing, Missouri

Da quel momento Mildred è malgiudicata, più di quanto non lo fosse già, da quasi tutti i suoi concittadini, e con alcuni di essi si scontra, non solo metaforicamente, in maniera brusca, sporca, senza regole, in una sorta di miscela tra il western contemporaneo ed un noir.

I dialoghi sono asciutti, diretti e senza fronzoli, l’insulto e la battuta sarcastica si susseguono senza soluzione di continuità, restando tuttavia nei limiti di un realismo che non sfocia mai nel pulp alla Tarantino.

Gli attori di tre manifesti a ebbing

Frances McDormand, Woody Harrelson e Sam Rockwell, ben diretti da McDonagh, nei rispettivi ruoli rasentano la perfezione e non ci stupiremmo se almeno in due centrassero l’Oscar; del resto a Venezia il film ha vinto il premio per la migliore sceneggiatura e recentemente ha conquistato quattro Golden Globe.

Ma il lungometraggio angloamericano di McDonagh non lancia soltanto un appello disperato sulla realtà, poco conosciuta e pubblicizzata, di uno Stato di “periferia”, visto come metafora delle umane cattiverie e debolezze, perché, attraverso un gesto quanto doloroso, struggente ed inaspettato di uno dei protagonisti, lascia intravedere anche spiragli positivi, il riscatto degli inetti e degli abietti, fino a giungere, forse, ad una nuova visione, meno pessimistica e cruda del mondo che li circonda, ma senza arrivare al classico buonismo che spesso permea alcune pellicole americane.

Da non perdere.

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Giampiero Giuffré

Giampiero Giuffè: bancario per necessità ma non per vocazione, si butta a capofitto nel mondo radiotelevisivo alla fine degli anni 90′ e per 7 anni conduce su RadioSpazioAperto, insieme al fratello Simone, prima The Football Box, La Scatola del Calcio, dedicata al calcio internazionale, e poi BZona, Allenatori nel Pallone, trasmissione semiseria sul mondo del calcio e del fantacalcio. Appassionato tifoso laziale collabora come redattore o caporedattore con vari siti; dedito anche alla musica caraibica e latina in genere, la balla e ne scrive. In questo blog segue, per ora, la categoria I Miti dello Sport.Blog personale: http://www.giroma.it/

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