Il processo penale di Calciopoli – 1a Parte

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Nell’estate del 2006, mentre l’Italia si apprestava a vincere il suo quarto mondiale, la penisola pallonara fu investita da uno dei suoi più grandi scandali, conosciuto come Calciopoli.
Quello che doveva essere un processo sportivo, che avrebbe portato alla “purificazione” del calcio italiano, in realtà si rivelò l’origine di tutte le divisioni, la genesi di tutte le polemiche fra coloro che ritenevano giuste (o addirittura “leggere”) le punizioni inflitte alla Juventus e chi – come i tifosi bianconeri – considerano tuttora esagerate e forzate le determinazioni di tale processo.

Calciopoli

In questi giorni la trasmissione “Un Giorno in Pretura”, su Rai 3, sta ripercorrendo le tappe del processo penale, in attesa dell’appello previsto a breve.

In questa prima parte dell’articolo cercheremo di sintetizzare la storia di tale processo, che fu tenuto qualche anno dopo quello sportivo, e che ha contribuito alla divisione del popolo calcistico: da una parte i tifosi interisti e dall’altra i tifosi juventini.

I designatori arbitrali e Moggi 

L’origine di Calciopoli

Non tutti sanno che lo spunto da cui è partita l’indagine è stato l’incontro di serie B Messina-Venezia del 2004 ed in particolar modo le intercettazioni telefoniche  – confermate poi in aula dagli stessi protagonisti – che precedettero questa partita.

Qualche giorno prima, in una telefonata fra il presidente del Venezia Dal Cin ed il presidente del Cagliari Cellino, quest’ultimo in tono sarcastico invitò il primo a non presentare la squadra dal momento che la designazione dell’arbitro Palanca, considerato facente parte di un certo “sistema”, era un chiaro indizio sulla volontà del sistema stesso di favorire la squadra messinese.
La partita terminò 2-1 per il Messina, con il Venezia che chiuse la gara in 8. In realtà le espulsioni, abbastanza giuste, furono determinate non tanto dall’arbitro Palanca ma soprattutto dall’isterismo dei giocatori del Venezia, in cui serpeggiava il seme del dubbio dell’ingiustizia scaturito dalla suddetta telefonata.
La partita fu successivamente giudicata regolare nel processo penale, ma il clamore mediatico fu lo spunto per fare emergere nuovi personaggi.

Uno di questi fu certamente l’ex arbitro Danilo Nucini che, motivato da presunte ingiustizie subite e da insoddisfazioni personali, decise di aggiungere altra carne al fuoco.

Danilo Nucini 

La rabbia di Danilo Nucini

Una delle grandi anomalie di questo processo è il fatto che gran parte del dibattimento si svolse su vicende avvenute prima dell’anno 2004-2005, stagione calcistica oggetto del processo.
Tale incongruenza si riscontra anche nelle dichiarazioni di Nucini, che accusa Luciano Moggi e il suo sistema come la causa della fine della sua carriera arbitrale in seguito ad un calcio di rigore fischiato contro la Juventus in una partita casalinga contro il Bologna del 2001.
In realtà le accuse di Nucini si estendono soprattutto ai vertici arbitrali nella persona di Bergamo e Pairetto, a suo dire troppo preoccupati del giudizio di Moggi su tale vicenda e che gli inflissero una sospensione di 40 giorni.

Nel dibattimento, pur confermando una certa sudditanza dei designatori nei confronti di Moggi, Nucini viene però sconfessato, quando dai difensori di Bergamo e Pairetto viene fatto notare che in quel campionato lo scudetto andò alla Roma, e soprattutto che anche l’arbitro Racalbuto fu sospeso per ben 8 mesi per aver accordato un rigore dubbio assegnato alla Juventus contro la Roma.  Quindi la sua teoria di “punire” gli arbitri ostili alla Juventus non trova riscontro in tale situazione, anche se appare evidente un certo rapporto fra Moggi ed i designatori.

Nucini diventa un vero detective e comincia a segnarsi tutti gli episodi pro Juventus e contro le sue principali rivali, in modo particolare l’Inter. Anche in questo caso il dibattimento lascerà tanti dubbi sull’attendibilità dell’ex arbitro, in quanto nel suo dossier si riscontrano casi reali come il torto dell’Inter ricevuto a Venezia, ma anche casi del tutto forzati come il pareggio tra Inter e Parma nel quale il goal dei parmensi, da lui contestato, risultò del tutto regolare. Quello che emergerà dal dibattimento sarà la totale contrapposizione tra chi considera Nucini un perseguitato e chi lo ritiene solo incattivito dalla sua lotta contro i vertici arbitrali.

Facchetti e Moratti

Un giorno Nucini, stanco della situazione, decide di raccontare tutto a Giacinto Facchetti, uomo retto e onesto e allora amministratore delegato dell’Inter, mostrandogli le sue analisi nelle quali il dirigente interista, secondo la testimonianza del figlio Gianfelice Facchetti, trova un riscontro preciso dei dubbi espressi. Facchetti gli suggerisce di diventare amico di Mariano Fabiani, il Presidente del Messina, stretto amico di Moggi e dell’arbitro De Santis per raccogliere più informazioni possibili.

Nucini, grazie a Fabiani vorrebbe tornare ad arbitrare in Serie A, ma dopo la sospensione riprende ad arbitrare in serie B e, assecondando i vertici arbitrali a suo dire impegnati a giustificare solo gli arbitri che sbagliano a favore della Juventus, comincia a -comportarsi in modo doloso, in particolare nella partita tra Avellino e Messina, nella quale favorisce volutamente i siciliani.

Continuando in tale attività investigativa, l’ex arbitro informa puntualmente Facchetti. Su questo punto però nel processo c’è discordanza in quanto Gianfelice Facchetti, figlio di Giacinto, conferma sia l’accordo che i dubbi del padre, ma nega che questi era a conoscenza delle nefandezze arbitrali di Nucini. Agli inizi del 2003 Facchetti informa della situazione Massimo Moratti, Presidente dell’Inter, che a questo punto avrebbe commissionato a Giuliano Tavaroli, ex capo della Security di Pirelli e Telecom, una attività investigativa chiamata “pratica ladroni”, di pedinamento e intercettazioni nei confronti dell’arbitro De Santis, in seguito denunciata da lui stesso.

Zeman e Moggi 

Le accuse di Zeman

A questo punto fra gli accusatori di Luciano Moggi  si aggiunge il suo acerrimo nemico dai tempi del doping del calcio, Zdenek Zeman, che accusa il Direttore Generale della Juventus di aver condizionato la sua carriera, ostacolandolo nella ricerca di un ingaggio adeguato alla sua bravura e perseguitandolo con il suo sistema nelle squadre in cui allenava.

Zeman sostiene in aula di riconoscere un solo esonero vero: quello dalla Lazio.  La difesa di Moggi, a questo punto, elenca una serie di esoneri omessi dal boemo: Napoli, Avellino, Stella Rossa, Fenerbahce, Lecce, ma il boemo non riconosce alcuna responsabilità in questi esoneri, anzi dichiara di essere uno degli allenatori migliori d’Europa e di non aver mai ricevuto ingaggi adeguati solo per le ostilità di Moggi. Di contro, la difesa di Moggi fa notare che se davvero Zeman fosse considerato un allenatore di livello internazionale, nessuno avrebbe mai potuto contrastare società come Real Madrid e Barcellona nell’ingaggiarlo, inoltre, sempre secondo la difesa, sarebbe stato lo stesso Moggi a consigliare al presidente Corbelli l’ingaggio dell’allenatore boemo al Napoli.

Non perdetevi anche la 2° e la 3° puntata di Calciopoli:

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DoctorsTrucco

Angelo Grasso alias DoctorsTrucco, ha svolto per anni l’attività di cabarettista nel duo DoctorsTrucco esibendosi presso i più svariati locali d’Italia. In questo sito si occuperà della sezione Cabaret regalandoci delle verie e proprie pillole di comicità e di risate a crepapelle (garantito) e, grazie alle sue capacità innate, della sezione Fantacalcio (nel suo palmares Fantagazzetta ci sono già 4 premi).

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