Dino Zoff: il mito della normalità

Quando le partite si ascoltavano ancora alla radio, quando i numeri andavano dall’1 all’11 e le formazioni s’imparavano inevitabilmente a memoria, è capitato ad ognuno di noi, almeno una volta, nelle sgambate tra amici sotto casa, di sentirsi un po’ lui, e cercare  di imitarlo in qualche gesto, in qualche parata. E quell’immedesimazione così importante, così impegnativa, rappresentava un modo per sollevarsi, salvo per chi avesse velleità di diventare un portiere, per essere stati “spediti” tra i pali, quei pali spesso rappresentati, con tanta immaginazione, da un mucchietto di sassi o da un paio di giacchettini arrotolati in terra. Quel lui era ed è tuttora Dino Zoff.

Dino Zoff

Zoff nasce a Mariano del Friuli il 28 febbraio 1942 e nel calcio ha fatto davvero di tutto, sempre ad altissimi livelli e con grandi risultati: portiere, allenatore, dirigente; ma l’aspetto che maggiormente rimane impresso nella collettività, e non solo quella sportiva, del personaggio Dino Zoff è proprio il suo “non esserepersonaggio; il suo approccio sempre pacato e calmo, la sua assoluta serietà  e determinazione, la freddezza, solo apparente, con la quale affrontava gli impegni, la forza con la quale s’impose in un momento difficile della sua carriera, quando tutti lo davano ormai per finito, e la coerenza con la quale decise di lasciare un incarico prestigioso come quello di CT della Nazionale pur di non abbassare la testa di fronte a critiche che andavano certamente al di là dell’aspetto puramente tecnico – tattico.

 
 

Di lui si ricordano certamente le imprese sportive ma non si può dimenticare la sua “partita” a “scopone” con Causio, Bearzot e l’allora Presidente della Repubblica, Sandro Pertini, sull’aereo che riportava a casa gli azzurri dalla Spagna, ne tantomeno l’amicizia fraterna con un altro grande uomo del calcio, italiano ed internazionale, come Gaetano Scirea

Dino Zoff, Pertini, Causio, Bearzot

Campione Europeo nel 1968, Campione Mondiale nel 1982 e vice-Campione Mondiale nel 1970 con la Nazionale Italiana, allenata poi dal 1998 al 2000, Zoff legò la sua attività calcistica principalmente alla Juventus in cui militò per undici anni vincendo sei campionati di Serie A ed una Coppa UEFA, e disputando due finali di Coppa dei Campioni.

Con il trionfo di Spagna 82’ divenne, e lo è tuttora, il più anziano vincitore della Coppa del Mondo, conquistata a 40 anni suonati. Grazie alla sua straordinaria longevità ad altissimi livelli è anche l’unico calciatore italiano ad aver vinto sia il Mondiale che l’Europeo. Detiene inoltre il record mondiale d’imbattibilità per squadre nazionali, avendo mantenuto inviolata la sua porta per 1142 minuti consecutivi; nel 1990 è stato il primo allenatore a conquistare la Coppa Uefa dopo averla vinta anche da calciatore, emulato qualche anno dopo da Huub Stevens e Diego Pablo Simeone.

Dino Zoff occupa la 47ª posizione nella speciale classifica dei migliori calciatori del XX secolo pubblicata dalla rivista World Soccer e nel 2004 Pelé lo incluse tra i 125 migliori giocatori viventi. Nello stesso anno, in occasione delle celebrazioni per il 50º anniversario dell’UEFA, è stato insignito quale Golden Player dalla confederazione calcistica europea.

 Dino Zoff agli esordi

ZOFF CALCIATORE – Cresciuto nella Marianese, squadra del suo paese natio, esordì nel calcio professionistico, ed in serie A, a 19 anni difendendo i pali dell’Udinese, il 24 settembre 1961 in Fiorentina-Udinese 5-2; nella stagione successiva divenne titolare dei friulani in Serie B. Nel 1963 passa al Mantova, nella massima serie, per 30 milioni di lire e vi resta per 4 anni, totalizzando 131 presenze. Il giovane portiere attira l’attenzione degli squadroni del Nord ma ci arriva prima il Napoli che con 120 milioni di lire si assicura le sue prestazioni. Fondamentale nella trattativa il ruolo di Alberto Giovannini, direttore del quotidiano Roma, che, con l’aiuto di Pesaola, finse addirittura di essere Achille Lauro (all’insaputa dell’armatore) per chiuderne velocemente l’acquisto. Zoff a Napoli rimase per 5 stagioni arrivando a sfiorare le 200 presenze complessive tra campionato e coppa; era un Napoli certamente ambizioso e desideroso di insediarsi ai vertici del calcio italiano ma ancora discontinuo, troppo umorale e lontano dalle ribalte internazionali.

 Zoff alla Juventus

Nel 1972 la svolta: Zoff passa alla Juventus; ha 30 anni e sembra maturo al punto giusto per spiccare il definitivo salto di qualità. Nelle undici stagioni bianconere conquista 6 scudetti (1972-1973, 1974-1975, 1976-1977, 1977-1978, 1980-1981, 1981-1982), due Coppe Italia (1978-1979, 1982-1983) ed una Coppa UEFA (1976-1977). In campionato non salta nemmeno una gara, disputandone 330 consecutive! Alla sua ombra invecchiano e sfioriscono promesse della porta come Piloni, Alessandrelli e Bodini, mentre in Nazionale, una volta scalzato Albertosi, è Ivano Bordon a fungergli da eterno secondo.  Chiude la sua carriera al termine della stagione 1982-1983 all’indomani della sconfitta in finale di Coppa dei Campioni ad Atene contro l’Amburgo, il 25 maggio 1983 a 41 anni; con la Juventus sono 479 i gettoni di presenza accumulati in ogni competizione. In campionato ha mantenuto inviolata la porta per 903 minuti nella stagione 1972-73, record rimasto imbattuto per più di dieci anni e superato dal portiere del Milan, Sebastiano Rossi nel 1994. 

 Zoff e i Mondiali del 1978

CAPITOLO NAZIONALE – Zoff arriva a vestire la maglia azzurra a 26 anni, il 20 aprile 1968, in Italia-Bulgaria (2-0) disputata a Napoli. Titolare agli Europei dello stesso anno (gli unici finora vinti dalla nostra Nazionale), resta in panchina ai Mondiali del 1970 quando gli viene preferito il più estroso e spettacolare Albertosi, fresco campione d’Italia col Cagliari. Dal 1972 diviene però titolare indiscusso ed inamovibile, fino al giorno del suo ritiro dall’attività agonistica. Dal 1977, a seguito del ritiro di Giacinto Facchetti, indossa la fascia di capitano, a dimostrazione di doti carismatiche che vanno senza dubbio molto oltre la sua apparente tranquillità. Difende i colori italiani in tre Mondiali, 1974 – 1978 – 1982 ed in quattro Europei, 1968 – 1972 -1976 – 1980. E’ lui ad alzare al cielo di Madrid la Coppa del Mondo vinta in finale contro la Germania Ovest con un perentorio 3-1. Veste la maglia azzurra per l’ultima volta il 29 maggio 1983, a 41 anni, perdendo a Goteborg contro la Svezia per 2-0. Primo italiano a raggiungere quota 100, in totale sono 112 sue le presenze con l’Italia; record superato soltanto negli ultimi anni prima da Paolo Maldini e poi da Fabio Cannavaro e Gianluigi Buffon, suo autentico erede anche in bianconero. 

Zoff Campione del Mondo

CRISI E RIVINCITA – Proprio in azzurro, nel 1978, Zoff vive il momento più difficile della sua fulgida carriera:  l’Italia, che nella competizione iridata mostra il calcio migliore ed arriva a battere anche l’Argentina, padrona di casa e Campione del Mondo in pectore, perde per 2-1 le ultime due partite contro Olanda e Brasile. Le reti decisive arrivano da conclusioni dalla distanza di Haan e Dirceu e la critica se la prende proprio con Superdino, accusato di essere ormai troppo vecchio e non avere più il colpo d’occhio e la prontezza di un tempo. Zoff incassa da par suo ed ottiene la meritata rivincita quattro anni più tardi, quando saranno le sue mani che stringono saldamente la Coppa, ad apparire sul francobollo commemorativo di Spagna 82’disegnato dal grande Guttuso. In quel Mondiale, vinto contro tutto e tutti, il capitano, di solito poco loquace e poco avvezzo ai rapporti con la stampa, assume anche il ruolo di portavoce ufficiale della spedizione azzurra, chiusa in un silenzio totale nei confronti dei media, colpevoli di aver criticato il gruppo non tanto dal punto di vista tecnico, quanto per gli atteggiamenti fuori dal rettangolo verde, ed aver persino insinuato che vi fossero rapporti omosessuali tra alcuni calciatori. Zoff fa buon viso a cattivo gioco e diventa ancora di più l’emblema di quella formazione. E per far tacere definitivamente i suoi detrattori, “inchioda” letteralmente sulla linea un colpo di testa ravvicinato di Oscar a pochi istanti dalla fine della decisiva gara contro il Brasile, facendo tirare un sospiro di sollievo a tutti i tifosi italiani.

Zoff e la Nazionale Italiana

CARATTERISTICHE – Zoff ha rappresentato il prototipo dell’atleta; sempre concentrato e presente a se stesso in campo, dove non si registrano intemperanze o colpi di testa; una vita sana e senza eccessi fuori dal rettangolo verde; mai una parola fuori posto od una presa di posizione non condivisibile; non è stato un portiere spericolato o spettacolare negli interventi, preferendo sempre la sostanza, anche perché il suo innato senso della posizione lo faceva trovare sempre molto vicino al punto di arrivo del pallone, facendo apparire spesso fin troppo semplici le sue parate. Non particolarmente dotato con i piedi (ma all’epoca le regole ed il tipo di gioco praticato non richiedevano questa peculiarità), era molto preciso nelle uscite alte mentre denotò, specie sul finire della carriera, qualche difficoltà nell’intercettare le conclusioni dalla lunga distanza. Non era perfetto quindi, ma qualcosa di molto, molto prossimo alla perfezione.

Zoff Allenatore e Dirigente

ALLENATORE E DIRIGENTE – Smessi gli scarpini e, soprattutto, i guanti, Zoff diviene da subito oggetto di offerte per una carriera dirigenziale, per il suo aplomb e per il rispetto che ispira in tutte le componenti del mondo del calcio e non solo, ma si dichiara “uomo di campo” ed inizia la carriera di allenatore, prima come preparatore dei portieri della Juventus e poi accettando le proposte della Federazione che gli offre la panchina della Nazionale Olimpica. Dino centra a pieni voti la qualificazione ai giochi di Seul del 1988 ma il richiamo della Juventus, che lo vuole per sostituire Marchesi, è troppo forte e lascia l’incarico alla vigilia della manifestazione olimpica. Alla Juventus vive due stagioni non semplici: i bianconeri sono in una fase di transizione a tutti i livelli e sul mercato agiscono con parsimonia, mentre a Milano, su entrambe le sponde, arrivano fior di campioni da tutto il mondo. Zoff deve barcamenarsi con una rosa di non primissimo ordine ma con la solita abnegazione e tanta sagacia tattica conquista due volte il quarto posto e, nella seconda annata, centra l’accoppiata Coppa Italia – Coppa Uefa, vinte contro il Milan di Sacchi e contro la Fiorentina, ponendo le basi per una Juventus di nuovo vincente; la società però, profondamente rinnovata e con l’avvento al timone di comando di Montezemolo, opta per una scelta diversa ingaggiando Gigi Maifredi e di fatto liberando Zoff, che, profondamente deluso, si trasferisce nella Capitale, accettando la guida della nuova ed ambiziosa Lazio di Gianmarco Calleri.                   

Dopo due stagioni di assestamento, senza particolari sussulti, nella stagione 1992-93 centra un rispettabilissimo 5° posto che riporta i biancocelesti in Europa dopo 15 anni di assenza! Il finanziere Sergio Cragnotti, nel frattempo divenuto proprietario del club capitolino, nutre una fiducia smisurata nella sua figura e così quando decide di assumere il tecnico del momento, Zdenek Zeman alla guida della squadra, a Zoff affida addirittura la carica di Presidente, salvo poi richiamarlo sul campo per alcuni mesi quando, nel 1997, venne esonerato il tecnico boemo; raccolta la Lazio al 12° posto, il friulano risalì fino al 4° con una rimonta quasi inarrestabile. Da presidente vince la Coppa Italia del 1998 che da il via ad una lunga serie di successi laziali in Italia ed in Europa.

Zoff allenatore della nazionale italiana

Nell’estate dello stesso anno viene chiamato a sostituire Cesare Maldini sulla panchina azzurra; Zoff centra la qualificazione agli Europei di Belgio e Olanda e porta la squadra in finale, persa soltanto al Golden Goal per una prodezza di Trezeguet dopo un percorso irto di difficoltà ma pieno di soddisfazioni ed in alcuni casi di bel gioco. La sua Nazionale è una squadra compatta e dedita al sacrificio che ne rispecchia l’umiltà ed il carattere; campioni come Del Piero e Totti non lesinano energie, mentre calciatori sicuramente di valore come Fiore, Pessotto e Delvecchio toccano certamente con lui l’apice delle loro carriere. Dopo la finalissima Berlusconi, presidente del Milan ma anche e soprattutto Presidente del Consiglio, lo critica apertamente dal punto di vista tattico e lui, giustamente piccato e deciso a non accettare lezioni, rassegna le dimissioni “per dignità” in segno di protesta. Tornato alla Lazio, fresca Campione d’Italia, come uomo di fiducia di Cragnotti e vicepresidente, ne assume nuovamente la gestione tecnica nel gennaio del 2001, subentrando a Sven Goran Eriksson e sfiorando la conquista del secondo titolo consecutivo; la Lazio arriva comunque terza centrando la qualificazione alla Champions; il rapporto con i colori biancocelesti termina definitivamente il 20 settembre 2001 quando Cragnotti lo esonera all’indomani di una sconfitta contro il Nantes ed un avvio di campionato non certo brillante. Con 202 panchine, è l’allenatore biancoceleste con il maggior numero di presenze in competizioni ufficiali.

Dopo un periodo di inattività torna in panchina nel 2005 per salvare la Fiorentina, ad un passo dalla retrocessione; riesce nell’impresa e poi lascia il club viola.

 Dino Zoff e Gaetano Scirea

Nel settembre 2014 pubblica la sua autobiografia dal titolo “Dura solo un attimo, la gloria”. 

Alcune sue frasi: “Dopo la vittoria al mondiale 1982 ero rimasto allo stadio più degli altri per le interviste e tornai in albergo non con le guardie del corpo, come succede oggi, ma sul furgoncino del magazziniere. Gaetano mi aspettava. Mangiammo un boccone, bevemmo un bicchiere, ci sembrava sciocco festeggiare in modo clamoroso: mica si poteva andare a ballare, sarebbe stato come sporcare il momento. Tornammo in camera e ci sdraiammo sul letto, sfiniti da troppa felicità. Però la degustammo fino all’ultima goccia, niente come lo sport sa dare gioie pazzesche che durano un attimo, e bisogna farlo durare nel cuore. Eravamo estasiati da quella gioia, inebetiti. […] Gaetano torna sempre. Lo penso a ogni esagerazione di qualcuno, a ogni urlo senza senso. L’esasperazione dei toni mi fa sentire ancora più profondamente il vuoto della perdita. Gaetano mi manca nel caos delle parole inutili, dei valori assurdi, delle menate, in questo frastuono di cose vecchie col vestito nuovo, come canta Guccini. Mi manca tanto il suo silenzio”.

Rispondendo alla domanda di Maurizio Crosetti: Perché lei passa per musone? “Perché le parole di troppo sono fumo. Perché non mi è mai andato di giudicare, di criticare, di dire bugie pur di dire qualcosa. Perché la banalità uccide, invece il silenzio fortifica”. “Io ho sempre tolto invece di aggiungere, ho cercato di semplificare i gesti, le modalità, per arrivare all’osso delle cose”.

Anche e forse soprattutto questo è stato, ed è Dino Zoff.

Dino Zoff: la leggenda italiana

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Giampiero Giuffré

Giampiero Giuffré

Giampiero Giuffè: bancario per necessità ma non per vocazione, si butta a capofitto nel mondo radiotelevisivo alla fine degli anni 90′ e per 7 anni conduce su RadioSpazioAperto, insieme al fratello Simone, prima The Football Box, La Scatola del Calcio, dedicata al calcio internazionale, e poi BZona, Allenatori nel Pallone, trasmissione semiseria sul mondo del calcio e del fantacalcio. Appassionato tifoso laziale collabora come redattore o caporedattore con vari siti; dedito anche alla musica caraibica e latina in genere, la balla e ne scrive. In questo blog segue, per ora, la categoria I Miti dello Sport.Blog personale: http://www.giroma.it/

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