Bob Marley: l’icona del reggae

Nel 1971 un giovane giamaicano dai capelli lunghi e incolti di nome Robert Nesta Marley sbarca a Londra alla ricerca di un ingaggio nel mondo della musica per sognare di convertire il mondo alla sua musica reggae, tanto amata in patria e soprattutto nella sua Kingoston.

Bob è un seguace della religione Rastafarian, un movimento rivoluzionario che venera come Dio in Terra l’Imperatore di Etiopia, Hailè Selassiè, e vagheggia un mondo governato dal popolo nero.

La leggenda di Bob Marley re del Reggae

I suoi sogni, però, si infrangono presto contro la fredda e cupa Londra, che, inizialmente, non gli permettono di vivere una vita facile fino a quando non incontra Chris Blackwell, proprietario della Island Records e discografico brillante e intraprendente. Chris, d’altro canto, è anche un amante della Giamaica e della musica reggae così decide di sborsare 8.000 sterline per liberare Marley dai suoi vecchi contratti, in cui si era andato ad impelagare, per fargli firmare un contratto pluriennale.

Con Catch a Fire e il disco Burnin’, Bob comincia a farsi notare, ma il vero successo lo ottiene con i dischi Rastaman Vibration e Kaya. Brani come No woman no cry e I shot the sheriff diventano successi planetari e soprattutto caratterizzano quell’epoca. Il personaggio Bob Marley, poi, con i lunghi capelli a treccia, i variopinti copricapi, la faccia ustionata per la troppa erba fumata, fa emergere la sua musica nobile e al tempo stesso derivante dalla bande giamaicane degli anni ’50. I testi di Bob con i Wailers, il complesso giamaicano che lo accompagna, incantano tra proclami di rivoluzione e inni alla marijuana.

No woman no cry

Il successo, però non viene goduto pienamente da Marley che per le minacce e irruzioni nella sua casa di uomini armati è costretto a lasciare la Giamaica. Nel 1977, dopo un forte dolore patito durante una partita di calcio, gli viene diagnosticato un melanoma ad un dito del piede, Bob a causa della sua religione il Rastafarianesimo, secondo cui il corpo umano deve rimanere integro, decide di non operarsi e rifiuta l’amputazione.

Qualche anno dopo, esattamente il 27 giugno 1980, ipnotizza Milano, in un concerto allo stadio San Siro davanti a 80.000 persone , Marley entra in scena con i suoi gesti e con la sua voce da leader che balla e comunica. La sua danza, la sua vitalità aimalesca e grandiosa, trasforma San Siro in un gigantesco parco divertimenti dove Marley trionfa aprendo le braccia al cielo, scuotendo la testa in rabbiosi dinieghi, puntando l’indice contro il demonio, ridendo e ondeggiando i suoi lunghi capelli a trecce.

Bob Marley a San Siro 27 giugno 1980

Il malore che lo coglierà qualche mese dopo questa volta è un melanoma che finirà per consumarlo lentamente, si tratta di un cancro celebrale. La diagnosi è terribile, Bob deve stare a riposo per evitare eventuali collassi, ma c’è un tour da continuare e così il giorno dopo si esibisce per l’ultima volta allo Stanley Theater di Pittsburg. Prima che il cancro si diffonda anche al fegato e ai polmoni, Chris Blackwell interrompe tutte le tournè di Marley e spinge l’artista giamaicano a curarsi.

Bob Marley e il cancro

E’ il dottor Issel , specializzato nel trattamento di malattie in fase terminale, a prendersi cura di Marley, secondo Issel, ex sperimentatore medico delle SS, un corpo sano non può sviluppare il cancro, occorre quindi curare l’intero metabolismo. Grazie a Issel, Bob sopravvive altri 6 mesi dimagrendo in maniera impressionante. La fine, però, è vicina e nemmeno Issel può più far nulla; Bob chiede di poter morire nella sua Giamaica e fa promettere al suo avvocato di passare i diritti delle sue canzoni alla sua famiglia. Durante il viaggio di ritorno dalla Germania (la patria di Issel) alla Giamaica il volo viene dirottato verso Miami per l’aggravarsi delle condizioni di salute di Bob. La tappa presso l’ospedale Cedri di Libano è quella mortale, Bob muore vicino alla mamma l’11 maggio del 1981 alle ore 12, aveva solo 36 anni. 

Le ultime parole di Bob furono rivolte al figlio Ziggy Marley: “Money can’t buy life“.

Un mese dopo la sua morte , oltre ai funerali di stato in Giamaica, Bob Marley viene insignito del prestigioso Jamaican Order of Merit (premio conferito ai cittadini giamaicani che si sono distinti in ambito internazionale nelle scienze, nelle arti e nella letteratura), e sepolto in una cappella vicino al suo luogo di nascita, insieme alla sua Gibson Les Paul, il suo pallone da calcio, una pianta di marijuana, un anello che indossava ogni giorno, donatogli dal principe etiope Asfa Wossen e una Bibbia.

Dal 2008 Bob Marley è tra i primi 20 migliori cantanti di tutti i tempi.

 

Maggiori approfondimenti sulla vita di Bob Marley li trovate nel film documentario diretto da Kevin MacDonald.  

 

Bob Marley & The Wailers – Live Milano 27/6/1980 (Video realizato con immagini dello speciale che fece la RAI)

Bob Marley a S.Siro il concerto memorabile davanti a 80.000 spettatori, la canzone è Jamming

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